giovedì 19 ottobre 2017

Il tifoso occasionale e lo Stadio: breve storia triste.

Juventus- Sporting Lisbona.
Ore 21:15 circa.
La Juve ha appena pareggiato.
Arrivano due occasionali con tanto di biglietto in mano che, facendosi largo tra le persone sistemate sui gradini, si avvicinano al sottoscritto dicendo: "Questi sono i nostri due posti".
Io chiedo loro: "Per quale partita avete comprato il biglietto?. Di solito in curva si arriva prima non dopo mezz'ora".
Risposta: "Abbiamo sbagliato curva e quindi abbiamo dovuto fare tutto il giro per arrivare qua. Per fortuna che abbiamo il posto assegnato".
"Perfetto", ho detto loro. "il posto ve lo assegno io. Potete tranquillamente andare in cima al settore, dove sicuramente troverete posti liberi".
La ragazza, con tono di sfida minaccioso, mi dice: "Adesso chiamo lo steward e vediamo se non ci lasci il posto".
"Perfetto. A parte che se ne trovi uno pago una birra a te a al tuo ragazzo, comunque, se volete, potete mettervi qua (fila immediatamente sotto). Quei due posti sono liberi"
"E se poi quelli che hanno il biglietto qui vengono a reclamare il posto?" mi chiede lei con aria da studentessa di legge al decimo anno fuori corso.
"Tranquilla, nessuno verrà a reclamare nulla, specie a quest'ora".
Si siedono.
"Perchè stanno tutti in piedi? Così non riusciamo a vedere nulla" mi dice lui, con quello sguardo a metà tra una marmotta e un criceto sotto sedativi.
"Qui la partita si vede in piedi. Se volete stare seduti dovete scegliere qualsiasi altro settore oppure il divano di casa".
Si alzano.
Selfie, social, selfie, social, foto, social, selfie, social, etc..
Inizia il secondo tempo.
Tifo, canto, urlo.
Minuto '82 segna Mandzukic. Esultanza, bolgia, casino.
I due si guardano attorno spaesati e abbozzano lei, un timido applauso e lui, un urlo degno del miglior film muto.
Minuto '93: la partita è finita.
La ragazza dice al suo tipo": Mai più qui. Non si può vedere la partita seduti e poi tutti questi che ti urlano nelle orecchie. Mai più".
Ecco, bravi. La prossima volta state a casa. Il divano è così comodo....

martedì 6 giugno 2017

Lettera aperta ai giocatori della Juventus

Cari giocatori della Juventus,
sono passate quasi 72 ore dalla finale di Cardiff e ancora non passa. Anzi, a onor del vero, oggi sto peggio di sabato notte.
Probabilmente penserete che io sia pazzo (e sicuramente lo sono, per certi versi), che sia esagerato, perché in fondo si tratta solo di una partita di calcio. O magari penserete che sono un frustrato, che non ha null'altro a cui pensare, uno sfigato qualsiasi privo di vita propria. In parte avete ragione: sono folle, sono esagerato nei sentimenti e nel modo di vivere le mie passioni. Non sono un frustrato ed ho una vita mia che, ahimè, avrei voluto essere simile alla vostra. Purtroppo, però, non sono stato fortunato come Voi, perché all'età di sei anni, il mio sogno di diventare un calciatore, s'era già infranto ed era naufragato per motivi di salute. Quindi, Vi chiedo scusa, ma ogni volta che Vi vedo scendere in campo, è come se scendessi in campo io (anche se probabilmente, come giocatore, non sarei stato un granché). Ecco perché quando la Juve perde (per fortuna succede di rado) non riesco a dormire. Ecco perché quando, come sabato sera, non vedo sputare sangue e sudore in campo, come nel secondo tempo, mi arrabbio da morire e da star male. Perché io, avrei voluto giocare ogni maledetta finale, avrei voluto correre sino allo stremo delle forze su quel rettangolo verde. Non c'è stanchezza che tenga, non c'è alibi, non ci sono giustificazioni. Vi dirò di più: sono talmente stupido che pagherei di tasca mia pur di provare l'ebbrezza e l'emozione di scendere in campo con la maglia della Vecchia Signora, anche solo per 5 minuti. Sì, quella maglia a strisce bianco e nere che avete onorato sino alle 21:30 di sabato. Poi, il black out. Certo, 45 minuti non possono cancellare tutto ciò che avete fatto di straordinario in questi anni. Ci mancherebbe. Sei anni di successi ininterrotti sono qualcosa di unico e meraviglioso e per questo Vi applaudirò sempre e Vi sarò sempre riconoscente. Sabato sera, però, non sono riuscito ad applaudirVi: forse è un mio limite, ma proprio non ce l'ho fatta. Anzi, a dire la verità, avrei voluto prendervi a calci in culo tutti, dal primo all'ultimo, più e più volte. Eppure non sono un bambino, perché i miei 45 anni dovrebbero portare saggezza e soprattutto esperienza di finali perse (ahimè). Purtroppo, però, all'amor non si comanda, tant'è che, per troppo amore, si può anche morire. Sabato avete distrutto, come non mai, il mio sogno di bambino ed ho davvero pensato di mollare tutto, di smetterla di farmi chilometri in giro per l'Italia e per l'Europa per seguirVi. Vi ho anche odiato, sì, Ve lo devo dire, perché non sono ipocrita e dico sempre quello che penso. Oggi fa male e fa ancora male. Ma sapete cosa ho fatto? Ho prenotato il viaggio per Roma, per il 13 agosto. Perché all'amor non si comanda e, nonostante tutto, voglio essere con Voi e con coloro che dopo di Voi indosseranno questa gloriosa maglia, fino alla fine dei miei giorni.
Forza Juve sempre e ovunque. Fino alla fine.

martedì 29 novembre 2016

A Genova black out inspiegabile, ma il campionato finisce a maggio. E altrove.......

Se i trofei si vincessero esibendo le figurine, la Juventus avrebbe ipotecato questo campionato prima ancora di iniziare a giocare. Invece, come ampiamente ha dimostrato la sconfitta di Genova, se in campo scendono 11 figurine contro 11 giocatori di calcio, sono i secondi ad avere la meglio. Se è vero che normalmente vince la squadra più forte, non c'è scritto da nessuna parte che lo scudetto si debba vincere a novembre: l'importante è arrivare a maggio con un punto di vantaggio sulla seconda. Nonostante la sconfitta patita a Marassi, nonostante gli infortuni, nonostante gli episodi sfavorevoli, la Vecchia Signora è ancora in testa alla classifica. Se diamo un'occhiata a quanto succede nei principali campionati europei, notiamo come il Bayern Monaco sia secondo (dietro la sorpresa rivelazione Lipsia), così come il Psg (secondo nella Ligue 1), così come il Barcellona (dietro il solito Real Madrid), così come il Manchester City (dietro il Chelsea di Conte). Bayern e Psg, nei loro campionati, hanno rose e budget che le altre formazioni nemmeno osare sognare. Barcellona e Manchester City, pur godendo di ingenti risorse, devono confrontarsi con avversarie sicuramente più impegnative, sotto tutti i punti i vista. Eppure, in nessun campionato, abbiamo già un vincitore. Anzi. Nessuno ha ammazzato il campionato. Anzi. Se poi vogliamo proprio guadare il pelo nell'uovo, possiamo notare come, nella Liga, Real e Barça, abbiano goduto, nell'ultimo periodo, di episodi decisamente favorevoli. Alla Juve, ovvero alla squadra che per l'immaginario collettivo degli “anti a prescindere” ruba, di episodi a favore non ne sono capitati, in queste 14 giornate di campionato. Anzi, esattamente l'opposto. A Genova, l'ennesimo rigore non assegnato per un fallo degno di una mossa di Kick boxing ai danni di Mandzukic, l'ennesima partita in cui agli avversari viene permesso il gioco duro senza che l'arbitro riesca ad estrarre il cartellino rosso (alle volte, per sbaglio, ci scappa il giallo). E' dall'inizio del campionato che subiamo il gioco duro senza ritegno da parte delle avversarie di turno. In tutto ciò, si fa maggiormente sentire, la mancanza, nella zona nevralgica del campo, di un centrocampista fisico, di spessore, che sappia “randellare” il giusto ed usare il fisico per far comprendere agli avversari che si gioca a calcio, non a calci. E mentre la Juve che ruba, è sfortunata con gli episodi, il Giubileo continua imperterrito a Roma ove i giallorossi, si candidano per stabilire il nuovo record di rigori a favore in un unico campionato. Già 8 in 14 giornate: ovviamente tutti nettissimi, altrimenti qualcuno si sarebbe già imbavagliato. Del resto, rigore è quando giocatore della Roma (o il pallone calciato da esso) varca la soglia dell'area avversaria. Non importa che ci sia contatto o meno, fallo o meno: si assegna e basta. Ora occorre fare di necessità virtù e dare tutto e anche di più nelle partite che ci separano dalla fine dell'anno. E' quando il gioco si fa duro, che i duri entrano in campo. Fino alla fine.

mercoledì 23 novembre 2016

Tra estetica e pragmatismo

“Vincere non è importante, è l'unica cosa che conta”. Certo. Nel leggere o ascoltare queste parole, ci sarà sicuramente chi risponderà “Sì, ma bisogna giocare bene. Il calcio è spettacolo, divertimento, etc, etc, etc”. Dall'altra parte, qualcuno gli risponderà che, col bel gioco o meno, chi alza i trofei è colui che scrive la storia e rimane negli almanacchi. Abbinare il tutto, sarebbe perfetto. La storia bianconera, però, non pullula di esempi, in tal senso. Sia chiaro: la Juve, di campioni, ne ha sempre avuti, ma solo in casi sporadici è arrivata al successo attraverso un gioco scintillante e spettacolare. Nella maggior parte dei casi, è stato il pragmatismo, ad avere la meglio. Che poi, bisogna intendersi sul concetto di calcio spettacolo. Se volete un gioco alla Zeman o una gara stile Dortmund - Legia Varsavia, avete sicuramente sbagliato canale. Nei commenti post Siviglia, sono continuate le critiche in merito al “non gioco” della Vecchia Signora. Sicuramente, dal punto di vista della prestazione, si può e si deve migliorare, così come nella riduzione degli errori gratuiti e nella gestione e circolazione della palla. Però. I ragazzi di Allegri hanno vinto dove altri non erano riusciti, sconfiggendo quella che, al momento, è la squadra al terzo posto nella Liga (campionato più competitivo come dimostrano gli ultimi anni di affermazioni delle squadre spagnole nelle coppe), davanti all'Atletico Madrid, per molti divenuta squadra di culto e ispirazione (il Cholismo fa tendenza). Ebbene, si sono letti commenti che esaltavano la prova degli andalusi e del loro tecnico Sampaoli. Ecco, del tecnico argentino, ricordiamo lo schieramento catenacciaro nella gara d'andata e le sceneggiate alla Mourinho di ieri sera. Del Siviglia ricordiamo un tiro (uno) verso lo specchio della porta in due gare, ma ricordiamo anche la mole di falli commessi nella gara di andata, le provocazioni e le sceneggiate della partita di ieri sera. Quindi? Di cosa stiamo parlando? Ora vanno di moda concetti quali il “Cholismo” o il “Sampaolismo” che però, nella realtà dei fatti che significato hanno? Aggredire l'avversario, dal punto di vista sportivo e calcistico, non significa necessariamente giocare “duro”, cosa che, sia il Siviglia che l'Atletico, fanno abbondantemente. “E ma, gli andalusi sono rimasti per 60 minuti in dieci”. Certo. Anche a Lione la Juve è rimasta in inferiorità numerica e, guarda caso, è riuscita addirittura a vincere. “E ma il rigore, e ma l'espulsione”. Sacrosanti. Senza elementi del calibro di Barzagli, Chiellini, Dybala, Higuain, siamo riusciti a volare dove le aquile non osavano. Certo, non siamo stati esteticamente meravigliosi, ma per quello ci sono le copertine di Vanity Fair. Siamo stato brutti, sporchi e cattivi, ma abbiamo avuto un cuore e soprattutto due c...... così. Per l'estetica, al momento, ci sono altri canali. Belli, sì, ma molto spesso infelici e perdenti. A voi la scelta.

domenica 20 novembre 2016

Ussi, Ussi che oggi bussi, dove fosti fino a ieri, se non a viver con gli struzzi? La Gazza (ladra di verità) colpisce ancora.

La Juventus nega l'accesso a due giornalisti della Gazzetta allo Juventus Stadium. In realtà, poi emerge la verità, ovvero che si è trattato di una bufala, una delle tante che la Gazzetta ci ha propinato negli anni. Ci sono delle regole da rispettare: se non le rispetti, non puoi pretendere un trattamento di favore solo perchè ti chiami Tizio o Caio. Si chiama rispetto, uguaglianza parità di trattamento. Capre!!! E' intervenuta l'Ussi e tutti i media, come pecoroni, sono andati dietro alla notizia, senza il minimo contraddittorio, ovvero senza provare ad ascoltare anche l'altra parte, senza un minimo di verifica della notizia stessa. Del resto, se lo dice la Gazzetta..... Già, proprio sulle parole espresse da quel quotidiano di colore rosa, mi voglio soffermare. La libertà di stampa, la libertà e il diritto di fare informazione sono capisaldi di ogni democrazia. Un conto, però, è la libertà di informazione; altro è la libertà di deformazione. Riportare fatti, notizie, ovvero informare è ciò che fa un bravo giornalista, mentre deformare una realtà o presentarla in modo distorto se non proprio palesemente errato, è ciò che fa una perpetua pettegola. Non ricordo l'intervento dell'Ussi per censurare questo o quel quotidiano (questo o quel giornalista - Gazzetta e gazzettari in primis), all'epoca di Farsopoli, quando le notizie venivano create in modo difforme rispetto alla realtà dei fatti, riportando informazioni parziali, con omissis ad hoc, palesemente e volutamente incomplete e con una faziosità più becera di quella che avrebbe potuto utilizzare il gruppo più estremista tra gli ultras. Tutto questo va bene? Sappiamo ormai che ci sono alcune formulette magiche per “pararsi il fondo schiena” nel momento in cui si scrive una notizia. L'ultima, in materia, è quel “Parola più, parola meno”, che, nel giro di poche settimane, è diventato un “must” nel giornalismo sportivo (e non solo). Difendere l'operato di una categoria (quella dei giornalisti) è sacrosanto e lecito, così come è sacrosanto il diritto di fare informazione. Il problema sta sempre nel modo in cui si fa questa informazione. Chi ha avuto la fortuna di vivere la seconda parte del secolo scorso (anche se oggi paga dazio con qualche acciacco dovuto all'età), è cresciuto con una certa idea di giornalismo, con penne di spessore, vere e proprie icone da prendere come esempio. Oggi, ahimè, con la proliferazione dei social e dei media in generale, dobbiamo convivere con una pletora di scribacchini a caccia della notizia più eclatante per avere visibilità, like, “mi piace”, retweet, etc. Che poi la notizia sia vera o meno, non importa, anzi: più la si spara grossa, meglio è, perchè si aumenta la visibilità. Basta poi inserire qualche formuletta magica qua e là, indicare improbabili fonti provenienti da altre galassie, spacciarsi per sensitivi/medium e il gioco è fatto. (così come il posteriore è salvo). Ecco che ora imperversano lo stupore, lo sdegno, l'accusa nei confronti di una Società, definita, di cortile. E, oltre il cortile c'è un giardino, col solito nano che a ore di distanza (dopo che tutti gli altri si sono scansati e quindi è in grado di vedere qualcosa) prende il mouse per scrivere cose prive di senso e costrutto, senza quindi averci capito nulla (come spesso accade). In ogni caso, è bene ricordare ancora una volta che l'accesso è stato rifiutato a due giornalisti semplicemente perchè non hanno rispettato procedure e regole, non a tutti i giornalisti della Gazzetta. Del resto, a casa vostra, fate entrare tutti? E poi, ricordiamoci che ci la fa, l'aspetti e che, a tirare troppo la corda, si rischia che questa si spezzi. Se poi volevano a tutti i costi venire a vedere la Juventus, quei due giornalisti, potevano sempre acquistare il biglietto.......

domenica 23 ottobre 2016

Una sconfitta che fa male. Bisogna correre, pedalare e lavorare. E ricordiamoci che la Juve ruba...

Per fortuna, le trasferte a San Siro sono finite: due gare, due sconfitte. Fanno entrambe male ma se contro l'Inter la Juve aveva meritatamente perso, contro il Milan, c'è più di un motivo per rammaricarsi. Sia chiaro: non si debbono cercare alibi perchè nonostante la pessima direzione di gara di Rizzoli (non tanto per la rete annullata, ma soprattutto per aver concesso ai giocatori del Milan di picchiare dal primo minuto impunemente), contro una squadra di una pochezza disarmante come quella rossonera, si deve assolutamente fare di più. Invece, zero pericoli creati ad una difesa tra le più mediocri che si possano vedere. La battaglia, però, s'è persa a centrocampo, e, ahimè, tornando a ripetermi, contro un centrocampo come quello rossonero di una mediocrità spaventosa. Il problema è che il nostro centrocampo non riesce a supportare la squadra in nessuna delle fasi: non si corre, non si recuperano palloni, non si imposta, non si crea. Abbiamo buoni palleggiatori, ma troppo compassati e lenti. Abbiamo una velocità da crociera che permette agli avversari di essere sempre in superiorità numerica: anche ieri sera, in certi momenti, nella zona nevralgica del campo, c'erano delle praterie a disposizione degli uomini di Montella. Contro Udinese, Lione, Milan, tre partite giocate maluccio, per non dire malissimo. Paradossalmente, s'è persa quella giocata meglio o meno peggio. Del resto, non puoi sempre sperare nel fattore “c”. La notizia più negativa, in tutto ciò, è l'infortunio patito da Dybala, per il quale ci si augura i tempi di recupero non siano troppo lunghi. In un contesto simile, la presenza di Higuain, là davanti, diventa un lusso sprecato. Ieri sera non gli è arrivato un pallone che fosse uno. Evidenziamo anche due criticità ormai croniche: possibile che una squadra come la Juve non riesca a rendersi MAI pericolosa dalle situazioni di calcio d'angolo? Possibile che, pur avendo giocatori dotati di un buon tiro, non ci sia nessuno che osi dal limite dell'area? Possibile non avere un centrocampista che segua l'azione d'attacco e in grado di inserirsi negli spazi? Quando attacchiamo, in ripartenza, lo facciamo coi soli Dybala e Higuain, mentre il centrocampo rimane troppo distante dall'azione. Inoltre, manca fisicità, in questo centrocampo. Le palle sporche le recuperano sempre o quasi gli avversari. Questione di automatismi, di condizione fisica, di condizione psicologica? Al mister l'ardua sentenza. Alla Società la tiratina d'orecchi per aver commesso due volte lo stesso errore, ovvero cedere un pazzo da novanta (prima Vidal poi Pogba) senza avere già in mano al sostituto.
Ultimo appunto per i media: basta scrivere di campionato falsato, di furto contro la Juve. Basta indignarsi, imbavagliarsi per gli errori di Rizzoli. Basta con le interrogazioni parlamentari. Suvvia, gli errori possono capitare....

domenica 16 ottobre 2016

"Huttana maiala" ci pensa Dybala.




Diciamo la verità: Juventus – Udinese non entrerà nella hit parade delle 10 partite memorabili dei bianconeri. Però, nonostante una prestazione sottotono, a tratti svagata, scialba ed incolore, la Vecchia Signora ha portato a casa i tre punti. Sono le partite come questa, anzi, le vittorie come queste che, alla fine della stagione, portano in dote gli scudetti. Primi trenta minuti nei quali lo scopo dei 22 in campo era uno solo: cercare di capire ciò che urlava Delneri dalla panchina. In tal senso, erano agevolati gli 11 dell'Udinese che, in quanto tutti stranieri, erano più vicini all'idioma parlato dall'allenatore di Aquileia. Proprio per questo motivo, alla mezz'ora, Hernanes deve aver sentito urlare “lascia” al limite della propria area di rigore e quindi ha pensato bene di lasciar sfilare la palla che è divenuta preda di un calciatore friulano il quale, quasi incredulo per il regalo, dopo aver fatto due passi ha lasciato partire un tiro verso la porta difesa da Buffon. Ora, il nostro Gigione super Numero Uno, avendo appena vinto il Golden foot (piede d'oro), ha creduto (in onore al premio vinto) di non poter toccare la palla con le mani e quindi, se l'è fatta passare sotto il fianco. In quel momento è esplosa tutta l'esultanza di Delneri che ha cominciato a urlare “Mauazzina, Mauazzina!!!”, credendo di avere ancora tra le proprie fila l'ex calciatore allenato al Chievo. Ci sono voluti due calci da fermo magistralmente calciati da Dybala per riacciuffare e poi capovolgere il risultato.

Morale della favola: quelli brutti, sporchi e cattivi, seppur a fatica, hanno battuto l'Udinese e inanellato la settima vittoria in otto gare. Certo, altrove sciorinano calcio champagne, limoncello, abbacchio e saltimbocca, ma, almeno per ora, devono accontentarsi dei secondi piatti.
La gara di ieri sera si può riassumere semplicemente così: “Huttana maiala, ci pensa Dybala”.
Il momento più bello di tutta la gara è stata la corsa di Paulo ad abbracciare Bonucci dopo la rete del pareggio. Tanto per distinguere tra la vita reale e il calcio che rimane, pur sempre, un gioco.
Ora testa a Lione, dove occorrerà una Juventus decisamente più attenta, più in palla e più tonica, ma dove soprattutto, come sempre, conterà solo e unicamente la vittoria.
Hasta la victoria. Siempre!